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Se si vuole entrare in un Dojo tradizionale, occorre sapere che ogni parete ha un suo posto ed un suo preciso significato in uno schema generale.

L’accesso è collocato sul lato opposto a quella che è considerata la parete frontale e questa disposizione è dettata da motivi sia estetici sia marziali.

Entrando la parete che si ha di fronte è chiamata Kamiza – la “zona superiore”.

Il lato opposto è la “zona inferiore” Shimoza.

Guardando Kamiza il lato destro della stanza si chiama Joseki, il lato sinistro è Shimoseki.

Andando oltre la sola definizione terminologica di questi quattro lati, si potrà cogliere il significato profondo dell’impostazione di un Dojo tradizionale. In altre parole si scoprirà l’aspetto che i Giapponesi definiscono Ura, un ambito da condividere nella sfera più intima, che non è da mostrare in pubblico, concetto assai più legato al lato spirituale dell’uomo che a quello dell’allenamento fisico.

Lo stesso termine Dojo è di derivazione buddista e indica il luogo dove si praticava tale religione oppure dedicato alla meditazione Zen. “Do” è un termine riferito a una disciplina, un’arte, una meditazione, una Via.

Si può dunque dire che il Dojo è un Luogo per seguire la Via.
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La disposizione degli spazi sopra indicata segue quella tradizionale ed esiste un’etichetta specifica che spiega come muoversi all’interno del Dojo.

Per gli inchini formali all’inizio e alla fine della lezione, seduti o in piedi, i praticanti si allineano in ordine di anzianità di pratica decrescente dal lato Joseki a quello Shimoseki, come pure nel corso dell’allenamento i praticanti più esperti sono a destra della linea centrale del Dojo.

Nella tradizione Giapponese delle arti marziali non sembra che la conoscenza di come sia opportuno muoversi all’interno del luogo di allenamento sia mai stato oggetto di specifico insegnamento. Nella cultura delle arti marziali l’apprendimento si è sempre basato sull’imitazione da parte del principiante delle dinamiche e dei principi di comportamento dei praticanti “anziani”.

Ma a cosa servono questi formalismi?

Cosa si ottiene dalla consapevolezza della loro conoscenza?

Nel passato la etichetta (Reishiki) riguardante l’architettura del Dojo si riferiva ad almeno tre aspetti:

1.      il posizionamento dell’insegnante di fronte con a destra gli allievi più esperti assicurava la massima protezione da eventuali attacchi al maestro e questo a motivo delle lotte intestine che hanno caratterizzato per molti anni la società feudale giapponese;

2.      la disposizione dei muri e degli allievi consentiva di mantenere un certo riserbo, quasi a custodire gli insegnamenti del maestro;

3.      questa architettura rifletteva determinati aspetti e rituali di fede buddista.

Alcuni studi attribuiscono la particolare architettura del Dojo tradizionale all’interazione dei cinque elementi del Taoismo, con un risultato in qualche modo intrigante.

Ogni lato acquista i seguenti significati:

1.      Shimoza: nel Dojo si accede dalla parte opposta di Kamiza. Se si considera che Kamiza è il nord, vuol dire che Shimoza (l’accesso) è a sud.

Secondo la cosmologia Taoista al sud è associato l’elemento fuoco che presiede all’intelletto e al nostro desiderio di conoscenza, desiderio che ci spingerebbe ad apprendere gli insegnamenti dell’arte.

2.      Joseki: è il lato di destra del Dojo ed è posto a est.

Nel ciclo Taoista corrisponde al legno, quindi alla solidità, e ai valori di virtù e carità. � la posizione occupata dagli allievi più esperti, che da Joseki dovrebbero trasmettere un senso d’impegno, sobrietà e dedizione agli allievi meno esperti. La forza di un Dojo è quella “dell’anello debole”. Per questo, secondo la tradizione, porre attenzione a quest’anello debole rappresentato dai principianti significa garantire la possibilità di tramandare l’Arte. Occupare la posizione a Joseki in un Dojo tradizionale comporta più doveri e responsabilità che privilegi.

3.      Shimoseki: è il lato sinistro, a ovest, è associato al metallo e alla caratteristica della rettitudine ed è il lato occupato dagli allievi meno esperti.

L’educazione, il senso della rettitudine, la consapevolezza di voler apprendere con dedizione e costanza sono le qualità principali che l’allievo deve mostrare dal momento in cui decide di frequentare un Dojo.

4.      Kamiza: è il nord cui si associa l’elemento acqua, simbolo di purezza e per certi versi di “superiorità” divina, considerata la presenza, nei Dojo tradizionali, del Kamidana, ossia del tempietto.

5.      Embu-jo: è il centro, il luogo, dove tutti i praticanti di qualsiasi livello s’incontrano. Corrisponde all’elemento terra che rappresenta la caratteristica dell’onestà.

Em vuol dire agire, Bu sta per marziale, Jo significa luogo.

L’Embu-jo è il luogo dell’azione, dove le cose si fanno e basta, dove le giustificazioni per ogni sbaglio o mancanza d’impegno rimangono prive di significato.
Interpretare o seguire questa impostazione è, naturalmente, lasciata alla libera scelta di ognuno. Quanto descritto vuole essere solo un piccolo contributo per comprendere il probabile significato di alcuni schemi che sono alla base dell’architettura di un Dojo tradizionale.

Riflessioni e ricerca di Salvatore Colitta